ANNO 1969 - PROLOCO DI GROSSETO

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ANNO 1969

GRIFONI D' ORO > ANNI 60

Anno 1969. Luciano Bianciardi  
esule  babbo

“Narratore, saggista, traduttore e giornalista di chiara fama internazionale. Con stile brillante e scanzonato,  non disgiunto da: conferma alla validità nella provincia grossetana”.
Consegnato allo scrittore i1 10 agosto dell’anno successivo allo stadio comunale nel corso di un
grande spettacolo musicale, denominato “Lara Saint Paul show”, dal nome della protagonista.

Luciano Bianciardi (Grosseto, 14 dicembre 1922 – Milano, 14 novembre 1971) è stato uno scrittore, saggista, giornalista, traduttore dalla lingua inglese e critico televisivo italiano.
Contribuì significativamente al fermento culturale italiano nel dopoguerra, collaborando attivamente con varie case editrici, riviste e quotidiani. La sua opera narrativa è caratterizzata da punte di ribellione verso l'establishment culturale, a cui peraltro apparteneva, e da un'attenta analisi dei costumi sociali nell'Italia del boom economico, tanto che alla finzione narrativa si mescolano spesso brani saggistici che sfociano sovente nella sociologia.
La figura della madre non deve essere stata sempre positiva, se Bianciardi la ricorda anche con queste parole: «sono stato suo alunno, prima che figlio, per la bellezza di trentadue anni. È come avere una "maestra a vita", e le maestre a vita non sono comode»
Da bambino studiò violoncello[1], lingue straniere, e fu già un lettore accanito: a 8 anni (nel 1930) ricevette il libro che considerò sempre il suo preferito e che fu la fonte della sua passione per il Risorgimento, I Mille di Giuseppe Bandi, storia della spedizione dei Mille raccontata dalla viva voce di un garibaldino.
Frequentò il ginnasio e poi il liceo classico al Carducci-Ricasoli di Grosseto, vivendo però quegli anni di studio, come ricordato sopra, con notevole disagio, all'affannosa rincorsa del riconoscimento di "primo della classe", «senza peraltro capire niente di quello che studiavo. La retorica imperversava anche nell'insegnamento della letteratura italiana»[senza fonte]. Nel 1940, dopo la promozione alla terza liceo, tentò direttamente l'esame di maturità senza frequentare l'ultimo anno: lo passò in autunno, quando era ormai scoppiata la guerra, e a novembre si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove continuò a studiare senza sosta.
La sua breve esperienza universitaria nel Liberalsocialismo rimase una parentesi isolata:
« Molti giovani della Scuola Normale erano liberalsocialisti – il termine già circolava, pur ignorando noi tutti chi lo avesse costruito [...]. Il mio liberalsocialismo del '41 e del '42, quanto a manifestazioni concrete, fu del resto ben poca cosa: qualche riunione furtiva in una cameretta della Normale, contatti tra Pisa e la mia città, dove mi incontravo con Geno Pampaloni e Tullio Mazzoncini, qualche provata e goliardica alzata d'ingegno – una volta scrissi una lettera a Mussolini, chiedendogli le dimissioni, dopo quelle di Badoglio – e nulla più.[senza fonte] »
A novembre partecipò al concorso riservato ai reduci per riprendere gli studi alla Normale, e nel febbraio del 1948 si laureò in filosofia con una tesi su John Dewey. Intanto nell'autunno del 1945 si era iscritto al Partito d'Azione: «mi pare però di poter dire che fu un altro tentativo di governo (l'ultimo?) della piccola borghesia intellettuale. Cadde per le contraddizioni interne e per l'incapacità ormai accertata del nostro ceto, privo di contatti con gli strati operai e quindi largamente disposto a tutti gli sterili intellettualismi ed alla costruzione gratuita di problemi astratti»[senza fonte]. Quando il partito si sciolse nel 1947, provò una forte delusione, tanto da non iscriversi più ad alcuna organizzazione politica.
Si sposò ad aprile del 1948, e a ottobre dell'anno successivo diventò padre per la prima volta:
Professore di inglese in una scuola media, poi professore di storia e filosofia al liceo che aveva frequentato da giovane, nel 1951 assunse la direzione della Biblioteca Chelliana di Grosseto, bombardata durante il conflitto e ulteriormente danneggiata dall'alluvione del 1946. In questa nuova veste lanciò il "Bibliobus", un furgone che portava i libri nella campagna, dove altrimenti non sarebbero mai arrivati. Si occupò anche di un cineclub, organizzò cicli di conferenze e dibattiti, partecipò con Carlo Cassola alla creazione del movimento di Unità Popolare e si schierò contro la "Legge truffa" del 1953. Cominciò un periodo di intense collaborazioni, inizialmente sulla stampa locale poi su testate più importanti, come Belfagor e Avanti!, nel 1953 su Il Mondo, nel 1954 su Il Contemporaneo.
Insieme con l'attività di pubblicista, si iniziò a interessare alle lotte operaie, e soprattutto ai minatori del grossetano: ancora con l'amico Cassola realizzò un’inchiesta per L'Avanti!, I minatori della Maremma, pubblicata in volume nel 1956 dall'editore Laterza, in cui polemizzava contro le dure condizioni di vita dei lavoratori e sulla povertà delle loro famiglie, che aveva potuto vedere, conoscere e misurare di persona, recandosi spesso con il suo Bibliobus nel paesino di Ribolla. Il rapporto con gli abitanti del paesino fu molto stretto e lo segnò profondamente quando il 4 maggio 1954 uno dei pozzi esplose uccidendo 43 lavoratori. Per Bianciardi la tragedia segnò la fine di questo periodo della sua vita: accettò infatti l'invito a trasferirsi a Milano in giugno per partecipare alla creazione di una nuova casa editrice, la Feltrinelli.
Nel 19556uscì I minatori della Maremma, l'inchiesta scritta in collaborazione con Cassola sui minatori di Ribolla; intanto per Feltrinelli tradusse in pochi mesi Il flagello della svastica fu la sua prima traduzione vera e propria Trovò piacere, tra le tante pagine da tradurre, dal lavoro sugli scrittori americani: Jack London, William Faulkner, John Steinbeck e Henry Miller. Di quest'ultimo tradusse con particolare efficacia Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno.
Nel 1956 Bianciardi fu licenziato dalla Feltrinelli per scarso rendimento, ma i rapporti con il vecchio datore di lavoro restarono tutt'altro che logori. Non è un caso, dunque, se nel 1957 uscì per Feltrinelli Il lavoro culturale, primo romanzo di Bianciardi, di impianto scopertamente autobiografico, nel quale si racconta con tenue ironia la formazione di un giovane intellettuale di provincia tra il secondo dopoguerra e gli anni della ricostruzione.
Nel 1962 Bianciardi, continuando la sorta di tetralogia iniziata con Il lavoro culturale, pubblicò per Rizzoli quello che rimane il suo capolavoro, La vita agra, un romanzo in cui esprime tutta la sua rabbia verso quel mondo e quella società "economicamente miracolose", ottenendo, sorprendentemente, un successo amplissimo sia di critica che di pubblico (5.000 copie in una decina di giorni). Il romanzo rese in pochi mesi Bianciardi uno scrittore famoso che oltretutto incuriosiva per quella storia di un anarchico che voleva far saltare il palazzo della Montecatini.
La RAI lo andò a intervistare a casa sua, a Milano, in via Domenichino 2; il celebre teleregista dell'epoca Luigi Silori girò un servizio 'cult', nel quale Bianciardi leggeva la pagina che descriveva la sua uscita mattutina per il caffè e le sigarette, straniero in quella città, mentre scorrevano immagini straordinarie della Milano degli anni '60, accompagnate dalla musica jazz di Giorgio Gaslini e di Charlie Parker  Il programma ispirò il regista Carlo Lizzani, che nel 1964 diresse Ugo Tognazzi nella trasposizione cinematografica del romanzo, alla cui sceneggiatura partecipò lo stesso Bianciardi.Il tour per la promozione de La vita agra lo prostrò moralmente: la meccanicità della sceneggiata che ogni volta doveva riprodurre per il pubblico finì per mortificarlo e Bianciardi si rifugiò quindi nuovamente nel lavoro di traduttore.
Rifiutò una collaborazione fissa al Corriere della Sera, ma accettò di scrivere per Il Giorno, sodalizio che durò fino al 1966. Poi la svolta definitiva: abbandonò il genere che gli aveva dato la fama e recuperò il Risorgimento con il romanzo La battaglia soda, che uscì nel 1964 per Rizzoli. Nello stesso anno si trasferì a Sant'Anna di Rapallo, in provincia di Genova, dove cominciò a chiudersi in sé stesso.
Nel 1969, uscì per Rizzoli Aprire il fuoco, con il quale concluse la sua epopea di critica sarcastica del mondo intellettuale in cui visse, in forma più matura e con un vago presentimento di conclusione. Dello stesso anno sono Daghela avanti un passo! (pubblicato da Bietti) e Viaggio in Barberia (edito da Editrice dell'Automobile), quest'ultimo scritto quando l'alcol era già entrato a far parte della sua vita. Tradusse Il piccolo grande uomo di Thomas Berger (1964), che Rizzoli pubblicò nel 1971.
Nel 1970 tornò a Milano, ma la sua dipendenza dall'alcol, ormai grave, lo spense prematuramente a 49 anni, il 14 novembre 1971.
Nel 1972 esce postumo il suo ultimo romanzo, Garibaldi (Mondadori), avvincente biografia del condottiero italiano.


 
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