ANNO 1986 - PROLOCO DI GROSSETO

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ANNO 1986

GRIFONI D' ORO > ANNI 80

Anno 1986 Roberto Ferretti (alla memoria)


Elevò a dignità di scienza la cultura subalterna della Maremma, contribuendo con il proprio appas­sionato e organico lavoro di ricerca e raccolta di materiali e testimonianze, alla istituzione dell'ar­chivio delle tradizioni popolari del comune di Grosseto e stimolando il lavoro attualmente in fase dl at­tuazione per un museo della civiltà contadina ad alberese, con il concorso del comune di Grosseto, del parco della maremma e della regione toscana. - in tutti i suoi scritti la cui eco e andata ben oltre i confini provinciali si  trova un omaggio alle usanze più schiette della nostra gente e alla radici del no­stri costumi. Nella sua breve ma intensa esistenza, ferretti ha for­nito a tutti i cittadini di maremma un esempio di dedi­zione al territorio natio. creando un modo di pensare e una scuola il cui insegnamento e prezioso per gli onesti, per i disinteressati. per chi vuol credere in qualcosa nonostante circostanze che farebbero di­sperare. La sua premiazione e il suo ricordo intendono costituire un valido incentivo a continuarne l'opera altamente meritoria e qualificante". quanto fosse vasto e originale it lavoro del non dimenticato Roberto, e dimostrato dal fatto che, a distanza di sette-otto anni, l'archivio delle tradizioni popolari opera ancora sugli inediti di ferretti e nel riprendere le tracce non più vicine del geniale fondatore.

Roberto Ferretti
Roberto Ferretti (Grosseto, 1948 - Giordania, 1984) è il fondatore dell'Archivio delle tradizioni popolari della Maremma grossetana.
Studioso di folklore e operatore culturale e sociale grossetano, fin da ragazzo aveva sviluppato la passione per il disegno e per la storia locale. Ferretti conobbe anche l'impegno politico, aveva svolto la sua formazione all’interno della sinistra giovanile grossetana intellettuale e culturalmente attiva. Esprimeva simpatia per i ribelli ed i marginali, oltre che per le classi subalterne. Dimostrava interesse per una certa impostazione orientalista (diffusa in quegli anni) e per certi aspetti misteriosi della realtà [1] . Fondamentale per la sua formazione di ricercatore locale fu l’amicizia con i testimoni della tradizione maremmana come Morbello Vergari, Alessandro Giustarini, Corrado Barontini.
Dall’incontro con Gastone Venturelli, che negli anni settanta svolgeva ricerche demologiche in lucchesia, iniziò un rapporto grazie al quale realizzò alcune significative pubblicazioni[2] . Anche la collaborazione con Pietro Clemente, allora docente di Storia delle Tradizioni Popolari all’Università di Siena, lo aprì ad una dimensione più complessa ed impegnativa di ricerca in ambito universitario. Ferretti si era laureato all’università La Sapienza di Roma nel 1977 con una tesi sui racconti di tradizione orale raccolti nella provincia di Grosseto. Come testimonia Aurora Milillo, che negli anni universitari di Ferretti era incaricata di seguire, nell’Istituto diretto da Diego Carpitella, i lavori di tesi sulla letteratura e la favolistica folklorica, il giovane studioso grossetano si era dovuto allontanare dalla Maremma per poterla descrivere e documentare[3]. Con la creazione dell’Archivio, e la sua istituzionalizzazione, Ferretti si contornò di giovani ricercatori, chiamando a partecipare alle attività dell’Archivio lo stesso Carpitella, che con Alberto M. Cirese era stato suo relatore di tesi, e che nel primo periodo di attività del centro grossetano, svolgeva un ruolo di garante delle attività scientifiche. Proseguiva intanto la collaborazione con Barontini e Vergari, e sotto la guida di Ferretti iniziarono a svolgere ricerche in ambito demologico, fra gli altri, Nevia Grazzini, che si occupava della tradizione della befana, Gabriella Pizzetti, impegnata nella fiabistica e più tardi nelle storie di vita, Pompeo Della Posta, che in quel periodo condusse una esemplare ricerca sulla caccia con insidie nel grossetano, dalla quale prese forma una mostra ed un volume.Le narrazioni di tradizione orale, i blasoni popolari, la devozione religiosa, le pratiche scaramantiche rappresentavano nelle ricerche di Roberto Ferretti una chiave di lettura della società. Dal punto di vista metodologico egli riusciva ad osservare fenomeni sommersi, a far emergere memorie lontane, quasi completamente scomparse, di cui le stesse persone che intervistava pareva non avessero piena coscienza, come in un gioco di specchi nel quale un’immagine, un suono, una frase, restituiscono e riproducono altre immagini, altre memorie. Un aspetto importante della modalità di approccio di Ferretti alla ricerca, è costituito dal particolare rapporto di intimità che egli riusciva a stabilire con l’informatore, particolarmente con i più frequentati. La sua può essere definita coma una “partecipazione emotiva” alle condizioni di vita dei suoi interlocutori. Si capisce meglio, ora, a distanza di tempo, quanto quella partecipazione rappresentasse in realtà il profondo rispetto che Ferretti riservava ai suoi informatori, il suo coinvolgimento nel loro mondo emotivo. Un altro aspetto che Ferretti sembrava aver compreso in anticipo è il fatto che è impossibile, per il ricercatore, apparire come una entità del tutto neutra e trasparente, come se non facesse parte della scena.


 
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